La peste secondo Boccaccio

 

Giovanni Boccaccio, nel Decamerone (la sua opera maggiore), spiega ai lettori che il ricordo della pestilenza del 1348, apparsa nella città di Firenze (al tempo Fiorenza) da Marzo a Settembre, è molto doloroso. Gli abitanti delle città hanno attribuito a questa pestilenza due ipotesi:

1- maligno influsso degli astri e dei corpi celesti

2- castigo di Dio

Nel Decamerone si racconta di sette ragazzi e tre ragazze che si ritirano prima in una villa e poi in un palazzo della campagna nei dintorni di Fiesole, e si raccontano storie per passare il tempo. Queste storie vengono raccontate ogni giorno da tutti i ragazzi e infatti, dato che i ragazzi sono dieci e dieci sono le giornate, il numero totale delle novelle raccontate nel Decamerone è cento. In queste storie si parla dell'amore, della vita e degli scherzi di ogni personaggio raccontate non in volgare, ma in una lingua gentile.

 

 

La peste a Firenze

Della peste a Firenze ci parlano i cronisti del '300. Non si conosceva la provenienza della peste e non esisteva neppure alcuna medicina che riuscisse a guarirla. Più avanti la pestilenza ebbe conseguenze ancora più gravi: non solo potevano essere contagiate le persone che aiutavano o parlavano con i malati, ma anche chi toccava i panni o qualunque altra cosa che fosse appartenuta a questi ultimi. Gli uomini che rimanevano vivi non uscivano di casa perché avevano paura di essere contagiati e di morire.

Dio, forse, voleva punire gli abitanti di Firenze e con questa peste intendeva far capire alla città che la sua ultima ora stava per arrivare.

 


Un'immagine della peste del 1348

Molti morivano di giorno, altri di notte. Ai funerali partecipavano soltanto i parenti più stretti dei defunti. Tutta la città non aveva altro da fare che portare i cadaveri a sepoltura. Molti morivano anche di fame perché nessuno portava loro il cibo per paura dei contagi.

I medici non si trovavano, quei pochi che c’erano volevano una somma di denaro molto alta prima di entrare nella casa di un malato. Una volta entrati gli toccavano il polso con il volto rivolto in dietro.

Per portare un morto a sepoltura si pagava un prezzo molto alto a delle persone che facessero questo lavoro; infatti questo era considerato un vero e proprio lavoro e le persone che lo facevano, se non morivano, si arricchivano.

Il cibo che veniva portato ai malati (confetti e zucchero) costava smisuratamente. Venne vietato di portare in città la frutta nociva come fichi, mandorle in erba, e ogni altra frutta non utile e non sana.

A Firenze nessuno lavorava; le taverne e le botteghe erano chiuse tranne le chiese.

La gente badava soltanto a salvarsi; la paura era molta e tutti attendevano la morte di giorno in giorno. Se uscivano dal contagio sani e salvi, si ricordavano dei loro beni e facevano testamento.

Durante il contagio molti uomini cominciarono a disprezzare i beni terreni e con la paura della morte non si erano preoccupati di ereditare dai parenti ricchi, e non avevano badato a essere inclusi nei loro testamenti: per cui in seguito ci furono parecchi amari pentimenti per le occasioni perse, e tanta invidia per quelli che invece avevano saputo approfittare e si erano arricchiti.

Passata la peste la gente cominciò a tornare a Firenze che si ripopolò. I pochi che rimasero vivi si ritrovarono tutti ricchi e spendevano molto denaro per l’anima dei defunti.

Anche i monasteri si arricchirono e i laici non potevano lamentarsi perché trovavano tutto ciò che volevano.

Passata la grande paura della peste gli uomini ripresero vigore: si sposarono le vedove e chi non aveva moglie e andarono a nozze le giovani, le vecchie e le quasi bambine ed anche le religiose che gettarono l’abito. Molti frati lasciarono la tonaca per sposarsi e ci furono uomini di novant’anni che si sposarono con delle ragazzine.

Finalmente, rifatto ordine a Firenze, si arrivò alla conclusione che tra maschi e femmine, piccoli e grandi, dal Marzo fino all’Ottobre del 1348 erano morti in novantaseimila. Nel 1349 la peste invase la Danimarca e l’Inghilterra ; nel 1349-50 fece strage nell’Europa centrale e si diffuse in Polonia ed infine nel ‘52 dilagò in Russia, spingendosi fino a Mosca e a Novgorod.

 

 

Manuela Talamini