TEOFILO, L’ULTIMO COMBATTENTE ASBURGICO

Il cielo era grigio. La strada delle Dolomiti era in parte bianca per la neve appena caduta, ma la prospettiva d’incontrare un uomo di tre secoli, non è di tutti e non di tutti i giorni. Vi andai perché uno dei nipoti, Roberto Vecellio, mi presentò ai figli Gian Antonio e Nicoletta. Mi dissero che il papà aveva letto attentamente il libro  “1914-1919.  I Valorosi d’Ampezzo”.  Tra loro ci sono due suoi fratelli: Ferruccio e Nestore e tanti brani di lettera dell’epoca. Teofilo Gillarduzzi, classe 1899, ci raggiunse in un salone dell’albergo Argentina. Ci invitò a sedere per raccontarci tante cose e farmi qualche precisazione con una sola raccomandazione: bisogna parlare un po’ forte perché la guerra mondiale gli lasciò tanti ricordi, tra questi la difficoltà di sentire. Con soddisfazione e sorridendo conclude: “Ma sono tornato vivo!”. E’ l’ultimo combattente della grande guerra con divisa asburgica ancora vivo in Ampezzo; è in grado di ricordare e raccontare storie per ore. Su quel volto segnato dalle rughe del tempo, quante sofferenze!  Aveva quindici anni quando nell’agosto 1914 con il fratello Nestore partì da Cortina per trovare lavoro presso Josef Kortleitner a Bressanone. Josef oltre a una bottega di sartoria, possedeva un maso. Teofilo ogni giorno percorreva cinque chilometri a piedi  per portare il latte al caseificio. Approfittò per imparare meglio il mestiere del sarto. Inoltre s’accorse che era opportuno proseguire con lo studio. Per tre anni si iscrisse ad una scuola serale. Due sere alla settimana seguiva un corso di lezioni tenute da alcuni preti. Quello che aveva imparato a Cortina non gli era sufficiente. Il 25 dicembre 1914 scisse al fratello Nestore: “Caro fratello. Scusami che non ti ho potuto mandare la cioccolata, ma lunedì va di nuovo la posta; per intanto ti auguro Buone Feste e un buon principio d’anno. A casa avranno triste feste; così resto il tuo Teofilo”.

Estate dopo Caporetto:
gli austriaci sono di nuovo a Cortina

La corrispondenza tra fratelli era molto frequente. Una lettera era una presenza, una certezza, un segno d’affetto. C’erano tante notizie da comunicare al fratello Alessandro lontano da Cortina da oltre un anno: l’altro fratello Ferruccio si trovava tra i mitraglieri a Son Pouses dove erano già avvenute alcune sanguinose battaglie; la madre si trovava a casa con le figlie più piccole, la sorella primogenita si trovava in Argentina a servizio di signori di Genova, la seconda, Fiorenza, era stata internata dagli italiani perché accusata di fare segnali ai soldati austriaci; Rosa era a servizio di altri signori vicino a Bressanone, Nestore faceva il calzolaio a Strasburgo, Arcadio era falegname nell’esercito italiano. Il 3 luglio 1915 Teofilo scrisse al fratello Alessandro, in quei giorni panettiere nell’esercito austriaco. “Caro fratello, io ti volevo scrivere molte volte, ma non sapevo la direzione, oggi ò pigliato la tua cartolina e mi ò messo subito a scriverti per farti sapere che Ferruccio è in battaglia contro l’Italia e sta bene e della nostra povera madre non so niente. Rosele re cha su a Bresanon su a Seburg dal Gugenberg. Addio, un saluto da Rosele e da tanti Ampezzani, così resto il tuo Teofilo”. A 18 anni fu militarizzato nell’artiglieria austriaca. Con un po’ di emozione una delle prime cartoline scritte dalla caserma di Sierning il 30 settembre 1917, fu per la sorella Rosa.  Oltre all’indirizzo, doveva assicurarla che la salute era buona e non aveva bisogno di nulla: “Cara sorella. Oggi prendo un po’ di tempo a scriverti dove che mi trovo: la mia direzione è così: Teofilo Gillarduzzi \ Landsturm  Canonier des Gebirgs Artilerie Regiment 14 \ 9 Zug \ Sierning bei Steyr Ost Osterreich.  Io sto bene e non mi manca niente. Ti saluta tuo fratello Teofilo”. A Linz fu rinchiuso in un stanza assieme ad altri cinquanta soldati per sperimentare le maschere anti gas. Teofilo aveva confidenza con la sorella Rosa perché per anni erano vissuti a Bressanone anche se lavoravano in famiglie diverse. Il 5 novembre giunse notizia che gli Austriaci erano rientrati a Cortina abbandonata dalle truppe italiane in fuga dopo il disastro di Caporetto. Molti ancora una volta si illusero che la guerra fosse arrivata a conclusione. Il 6 novembre Teofilo scrisse a Rosa: “Cara sorella!. Io ti ò scritto alcune volte man so se le ai ricevute a casa; scrivimi che io aspetto ogni giorno notizie di te; io ò sentito che la nostra patria sia di nuovo in mano nostra; guarda cosa che è; se puoi ricevere notizia che tu sei più vicina di me; dagli altri fratelli nessuna notizia. Scrivimi le direzioni dei fratelli che io ò scritto e non ricevo risposta. Io ti saluto di cuore; non ai mai ricevuto scritto da casa? Scrivimi presto che aspetto ogni giorno qualcosa. Sanin; un outra outa mandeme la direzione del quel che si trova in Switzera e dera familia Cavechi su a Sterzing”. Tra fratelli non mancava neppure l’aiuto materiale. Un soldato faceva tanto presto a consumare il poco denaro che riceveva dall’esercito. Il 9 dicembre Teofilo da Sierning bei Steyr scrive  a Rosa: “Cara sorella! Ieri ricevetti da te venti Corone, in quella ti ringrazio molto; qui se ne adopera molto perché non si guadagna niente e questi soldi al giorno sono presto finiti come qui in questo paese dove che si trovano tanti militari non si riceve neppure dai Bachani niente. Cara sorella, prima che te ne vada da lì, prendi il denaro della Cassa che in Brixen; ti ringrazio nuovamente e per oggi ti saluto, tuo indimenticabile fratello Teofilo, sanin!”.

Ottobre 1918:
truppe austriache a Cortina

Nel febbraio del 1918 scrisse alla sorella Casilda che era stato destinato al fronte francese. Sperava di vedere Parigi. “Cara sorella, io ti voglio fare sapere che io parto da qui a Sierning e da li parto in 50 giorni al fronte alla Francia; forse mi posso guardare Parigi; adesso ricevo un’altra direzione; io sono con l’Artilleria di campagna. Saluti tuo fratello Teofilo. Saluti alla mamma”. Intanto doveva badare al cannone n. 3. Poi venne un contr’ordine e nessun austro-ungarico partì per il fronte occidentale. Sul fronte italiano i problemi si facevano ogni giorno più gravi. La confusione aumentava ovunque. Il capitano, che doveva guidare la Compagnia d’artiglieri a Verdun, ricevette un contr’ordine. Invece di raggiungere Villach in Carinzia scese alla stazione di Toblach-Dobbiaco in Val Pusteria. Non trovarono né alloggio né cibo. Proseguirono per Villach e poi verso Tarvisio, Gemona, Pinzano, San Daniele del Friuli, Spilimbergo, Maniago, Sequals, dove alloggiò nelle scuole; arrivarono a  Sacile,  poi a Conegliano e finalmente sul Piave. I segni della disastrosa ritirata dell’esercito italiano da Caporetto erano evidenti e tragici. Sulla linea Piave-Montello-Monte Grappa le migliaia di cannonate rovinarono l’udito a tanti. Un giorno, mentre Teofilo portava due granate, fu colpito dall’esplosione d’una bomba. Si trovò senza proiettili, stordito e coperto di terriccio. Non sapeva dove andare. Lo incontrò un suo capitano. Lo voleva fucilare perché incapace di spiegargli la situazione. Mentre raggiungeva la sua baracca incontrò un ferito che lo supplicava: “Aiutooo!”. Il capitano lo guardò truce e rivolto a Teofilo: “Via!, andiamo via!. Ci pensa la Croce Rossa!”. Quel grido, quegli occhi gli si conficcarono nel cuore. Questi ed altri ricordi gli interruppero il sonno per anni. La logica della guerra non è scritta in nessun libro. In quelle giornate dalla fine ottobre 1917 per le campagne del Friuli e del Veneto girovagano di notte soldati clandestini e affamati. Entravano nelle case. Portavano via tutto quello che volevano, violentavano, talvolta uccidevano. Se incontravano una pattuglia di ronda, seguiva la fucilazione immediata. Teofilo ricorda un falegname di Gemona del Friuli che lo accolse in casa per condividere con lui un po’ di cibo. Domani? Chi sa? In certi momenti il pane ha un sapore inconfondibile e l’odore si lega a un volto, a una circostanza. A San Daniele il suo Battaglione fece 20.000 prigionieri italiani. Erano fuggiti in ritardo dal fronte della Carnia. Più che nemici erano visti come nuove bocche con le quali condividere il pochissimo cibo rimasto. Erano talmente malconci che non si potevano odiare. Pinzano gli ricorda le difficoltà affrontate per attraversare il Tagliamento. Al Ponte della Priula, sul Piave, costruirono due ponti, uno per le truppe e un altro per l’artiglieria e i cavalli dei Bosniaci. Un giorno vide accanto ad un ammasso di corde sulla riva del fiume un uomo diverso dagli altri. Parlava ad alta voce, non nuova: “L’è un Anpezàn! Ohe! Sòsto Anpezàn?”. “Aì! E tu, de ci sòsto?”. E dopo averlo riconosciuto gli chiese: “Astu fenì de sì a scòra?”.  Non erano tempi per convenevoli. Seguirono lunghe ore di guardia ai cannoni. Dovette scavare una trincea nella ghiaia del greto del fiume per mettersi a riparo delle pallottole, delle schegge, dei shrapnels. Dall’altra parte erano arrivati soldati francesi e inglesi e perfino quelli con la gonnella. Teofilo ricorda d’aver incontrato tra i prigionieri una ventina di Scozzesi con il loro strano abbigliamento. Sul Piave l’artiglieria urlava rabbiosa giorno e notte. Gli Austriaci dovettero ripassare sulla riva sinistra. Gli Italiani scoprirono che era meglio difendersi che attaccare. Le artiglierie dei due eserciti erano attivissime. La guerra non accennava a concludersi. Per mangiare i soldati dovevano arrangiarsi e volentieri aiutavano i contadini nei lavori dei campi. Teofilo ricorda i gelsi che spogliava delle foglie, cibo per i bachi da seta. Poi vennero i giorni della disfatta dell’esercito asburgico. Il 4 ottobre 1918 gli Austriaci si unirono ai Germanici nella richiesta di armistizio. Il 16 ottobre l’Imperatore Carlo proclamò la riorganizzazione della parte non ungherese della monarchia come stato federale con l’autogoverno delle nazionalità soggette. Iniziativa questa giunta troppo tardi.

L'Hotel Tofana a Pocol: ancora non c'era l'Hotel Argentina della famiglia Gillarduzzi.

Pocol

Il 21 ottobre la  Cecoslovacchia si proclamò indipendente. Dal 24 ottobre al 4 novembre il gen. Diaz attaccò il fronte dal Trentino all’Adriatico. Gli Austriaci resistettero per una settimana sul Monte Grappa, ma sul basso Piave crollarono. Gli Italiani avanzarono su Vittorio Veneto. Teofilo li ricorda  come pecore al macello di fronte alle mitragliatrici austriache. Ne seguì un’altra inutile strage. “Bastava che avessero atteso un giorno, qualche ora e noi avremmo preso la via del ritorno senza un altro inutile massacro sulle colline di Vittorio”. E ricorda cavalli e cavalieri  falciati dalle mitragliatrici austriache postate sopra le colline, oggi  attraversate dalla  galleria dell’autostrada. L’esercito austriaco si trovò in piena dissoluzione. Chi poteva, fuggiva. Migliaia i prigionieri. Teofilo cadde in mano agli Arditi, soldati famosi per coraggio e per modi bruschi. Quando uno di loro seppe che era di Cortina: “Sei Italiano?” e brutalmente lo colpì alla testa col calcio del fucile. Stava nascendo un parapiglia. Se ne accorse un ufficiale. Saputo che Teofilo era di Cortina gli disse: “Il vostro paese è stato liberato. Lasciatelo andare a casa!”. Teofilo e un amico di Trento, s’incamminarono a nord. Incontrarono un’altra pattuglia. Li fecero prigionieri e dietro-front. Tutti a Conegliano. Se c’era confusione gli altri giorni, immaginarsi in quelle circostanze! Dormirono in un cortile recintato. Al mattino caffè-acqua. Poi a piedi fino a Zero Branco, vicino a Treviso assieme ad altri 15.000 prigionieri, poi a Mirano, Venezia. Da qui a Castelfranco. Davanti alla stazione c’era un campo di prigionieri consegnati. Li raggiunse un ordine: “Chi è delle terre irredente, vada al castello a chiedere le carte per andare a casa”. Teofilo non pensava ad altro: la casa. Con altri soldati Trentini, raggiunse Verona, poi Montichiari, Brescia.  La località gli è rimasta come sinonimo di freddo e fame. Dovettero dormire sotto le  tende. La febbre spagnola mieteva vittime più delle mitragliatrici. Vi morì Bortolo Alverà Dipòl, figlio del capitano degli Standschutzen. Patrizio Gillarduzzi, suo cugino, scappò con la speranza di non essere vittima dell’epidemia. Arrivato a Colfosco, forse per la fatica e la fame, cadde vittima di ciò che sfuggiva. Di notte morì. La notizia gliela portò a suo padre Michele, il vicino di casa, Angelo Lacedelli. Teofilo ricorda le macchine della Croce Rossa stracariche di morti di spagnola. Decise anche lui di partire. A piedi raggiunse Desenzano sul Garda, salì su un barcone attaccato al piroscafo "Zanardelli". Raggiunse Salò, poi Riva. Qui si riposò. Il giorno dopo proseguì per Mori, Rovereto, poi Sacco di Rovereto –“Oh! Che buon tabacco avevano!, ; finalmente Trento. Qui gli venne concesso il permesso di raggiungere Cortina con una clausola: ripassare ogni dieci giorni per firmare il permesso di soggiorno. Alla stazione incontrò tanti Ampezzani. Il solito rito: “Sòsto Anpezàn? De ci sòsto?- De chi de Jòbe! – Alora sòn con nosòutre”. Formato il gruppo, partirono. C’era Fèle Santabéla, Nèsto Danèl, Vittorino, Bigontina Cùco, un altro Alverà, Igi Pompanin Tònia, Dimai Lùstro, Fedòn de Cadelverzo, Girardi e altri. Camminavano come non mai. Nessuno si lamentava.  Uno si ammalò. Non si ripetè, certo, la scena della Croce Rossa. Uno per tutti e tutti per uno. Teofilo, il più giovane si prese cura di Leopoldo Girardi, malato di febbre spagnola e se lo trascinò in spalla da Dobbiaco fino a Ospitale. Prima di partire da Dobbiaco ebbe la fortuna di mangiarsi una bella polenta. Non ebbe ricordi di aver fatto sparire in così breve tempo una polenta! Raggiunsero tutti Cortina il 28 novembre 1918.  L’avventura non era finita. Il giorno dopo i Carabinieri Reali li volevano arrestare tutti e portarli in Cadore o in Comelico, dove già si trovavano altri. Rimasero a Cortina grazie a quella carta firmata a Trento. Qualcuno preferì rimanere lontano da Cortina per un po’ di tempo….Teofilo era inesauribile nei suoi racconti. Il figlio Giannantonio, Roberto Vecellio e io ci guardavamo stupiti nell’ascoltare tanta precisione, scioltezza e arguzia nel racconto. Ci interruppe l’ora tarda e un buon vin brulè. Teofilo ci prenotò per un’altra puntata. Straordinario è dir poco!

                                                                                                                      

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