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Considerazioni in merito al 13° concorso AEHT
Tredicesimo concorso dell’associazione delle scuole alberghiere europee che ha visto l’Italia un po’ tentennante, sia nel concorso (solo un buon primo posto nel bar), sia nelle solite italiche pecche: qualunquismo nazionale, allergia alle lingue straniere. Sicuramente superiore come numero rispetto agli altri paesi (ci si ricordi dell’euforia italiana nel prestigioso 4 stelle Estrel!), l’Italia zoppica nelle solite cose. Assoluta idiosincrasia per gli idiomi extra-nazionali (quando conoscono la lingua italiana!) e diffidenza per tutto ciò che non parla o non sa d’Italia. Altra bega nostrana, il distacco tra le scuole italiane, anche della stessa regione, o almeno così ho percepito nel confronto con la Francia, sicura di vincere qualcosa e quindi sbandierante alle premiazioni; si è avvicinata tra tutte le scuole del nord e del sud, spesso in eleganti e omogenee divise francofile. C’è da dire che hanno vinto tanto sia per tali ragioni, così come gli austriaci e gli irlandesi, ma anche per la profonda esperienza nei concorsi europei. Non dimenticando l’influenza gastronomico-politica d’oltralpe che la Gallia continua a sferrare, umiliando i cuginetti (les’ritals’, i ‘ritagli’, così come ci chiamano loro) in Europa e nel mondo. Di certo i moti irredentisti degli ultimi tempi non ci hanno aiutati, così come la costante cultura accademico-tradizionalista, che ci inquadra quali matusa controcorrente. Una breve navigata in rete, ad esempio, ci avrebbe posti sullo stesso piano solo spulciando nel sito dell’AEHT, in cui si aggiornavano continuamente i “come e i cosa”. Nella spiegazione del concorso di bar, a cui ho assistito, si parlava inglese e francese così come nella pagina web, (lingue propedeutiche per potervi partecipare). Debbo dire però che anche gli organizzatori tedeschi, Gli organizzatori per antonomasia, (WHIOGA=associazione alberghiera tedesca e DEHOGA = ristorazione e settore alberghiero), hanno avuto delle divergenze tra le richieste del sito e quelle reali del concorso. Per non parlare del visibilio austriaco quando i vari maître-insegnanti italiani (tutti con un inglese maccheronico, non so perché) chiedevano nervosamente spiegazioni all’organizzazione teutonica. Anche se alla fine gli italiani risultavano essere nella ragione. Poco importava ai giurì che i cocktail richiesti fossero 8 nel sito e 4 quelli effettivamente richiesti…e che, nel mio caso, potessi utilizzare un frullatore, non citato nella pagina web! Cito ovviamente la nota freddezza nordica che se si traduce in perfetta capacità organizzativa, in termini d’ospitalità e culinaria risulta catastrofica. Nel pranzare ovviamente al buffet (per 630 persone) si intravedevano grandi colori e guarnizioni e avvicinandosi ad un cocomero ben intagliato, già l’acquolina giungeva alla bocca alla vista di tanta meraviglia. Peccato che vi galleggiassero dei gamberetti … Oppure a piluccare tra i dessert (torte bellissime e bianche, ricche di panna) capitava di ritrovarsi sul piatto delle fettine di carne, salsate di non so che cosa! Forse Berlino come città è troppo ben reclamizzata e sul posto balena la delusione: un’immensa differenza tra immagini internet (e dépliant) e realtà. Ad esempio l’Alexander Platz più che centro storico-culturale europeo, così come vorrebbero farla passare (note costruzioni del nostro Renzo Piano), mi è sembrata un centro-commerciale, flashata da luminose di grandi compagnie. E la porta di Brandeburgo, anch’essa perla neoclassica, risulta soffocata dai grandi casermoni sovietici sparsi un po’ dappertutto, rendendola una vera e propria metropoli. Ovviamente non era questa l’interpretazione all’apertura dei lavori di questo 13° incontro-concorso europeo. L’introduzione, ovviamente nelle cinque lingue, ha continuato in inglese con traduzione francese (la scuola fondatrice sembra essere di Bruxelles). Si è parlato di pura organizzazione (orari, sale congressuali, luoghi da visitare, pulman, ecc.) ma anche della storia del concorso, di Berlino e della sua grande rivoluzione economica, ovviamente per i pochi eletti che capivano la traduzione linguistica. Da economia sovietizzata si è giunti alla new economy (omettendo quasi l’economia classica); basti pensare che la metà degli abitanti di Berlino è al di sotto dei 35 anni. Altra galoppante fonte di crescita è giustappunto il turismo e l’ovvio indotto alberghiero-ristorativo; non a caso si è scelto il binomio Berlino 2000. Un turismo che deriva dall’ immensa campagna storico-culturale fatta dall’abbattimento del muro nell’89 e che la vede capitale della Germania riunificata dal ’90 e poi sede del Reichstag (Parlamento) e del Governo. Quindi turismo di curiosità. Ecco perché l’Estrel, il grand hotel che ci ospitava in periferia (dinnanzi ad un porto fluviale di rottami ferrosi), poteva permettersi 1250 camere più suites varie e ospiti del calibro di Madonna, lì in concerto anni prima nell’immensa ala congressi. A forma di vela, l’hotel presenta una hall ultra-moderna stile ’piazza italiana’, come da dicitura del dépliant, con fontana zampillante e finestre che danno sulla stessa, il tutto coperto da una tettoia in vetro e lega. Ma anche un gran numero di ristoranti, bar, negozi, sauna, palestra, coiffeur, rendevano la struttura autonoma dalla città. Una gradita sorpresa sicuramente è stata la cena nel castello medievale, dove graziose cameriere in costume folcloristico mescevano continuamente bevande (tutto compreso, ovviamente). Tra le 120 scuole presenti di 25 paesi diversi, pochi erano tedeschi. Credo comunque che i premi siano dei simboli del concorso: si vuole piuttosto avvicinare le varie scuole per gli scambi scolastici (stage, programmi Erasmus, Socrates, Comenius, ecc.) e confrontare le culture, le lingue e le idee, così come prevede il fondamento dell’Unione europea. Peccato che in Italia non esistano ancora gli Italiani. Anche se sembra retorica, l’anima del concorso è quella olimpica: partecipare (divertendosi aggiungo io) più che vincere. Certo è che nel nostro ambiente, un vincitore fa grande se stesso, la sua scuola e il suo paese, più di un non-vincitore. E l’intenzione multirazziale europea pone Berlino in senso pacifista ma chiede il confronto turistico-ristorativo tra i vari paesi. Ricordo le varie interpretazioni di un servizio e di una mise en place che non ha visto concordi i vari giudici dei vari paesi. In questa Comunità Europea ci si vorrebbe differenziare dal fenomeno USA che sembra standardizzare un po’ le culture interne, accostandosi invece all’Asia nell’arte del ‘servire’ intesa come cultura dell’amare l’ospite e il cliente. Ma si deve lavorare ancora rendendo così la formazione delle scuole turistico-alberghiere indispensabile, anche oltre il diploma dei 18 anni. Il nostro paese sembra essere l’unico a non avere un corso post-qualifica (fino ai 21 anni). La Germania e la Francia hanno poi molto da insegnare sul connubio scuola-lavoro: obbligano lo studente a formarsi durante e dopo gli studi. Un accenno è stato fatto al celebre Hotel Adlon, un cinque stelle prestigioso che fu d’Hitler e che oggi conta 500 dipendenti che amano servire. Ma una cosa risulta strana a Berlino: a Pasqua e a Natale la città è vuota. Culturalmente offre molto sia in arte moderna che non, con 100 teatri (ad esempio la Berliner Ensemble, compagnia teatrale tedesca fondata dal poeta e drammaturgo Bertolt Brecht) e continue manifestazioni perlopiù musicali, non ultima la Berliner Philharmoniker, diretta dal nostrano Claudio Abbado.
prof.
Alessandro Stulfa
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