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"Quarant'anni da smantellare" questo il titolo del
Corriere della Sera all'intervento del ministro Gelmini di fine
agosto. Sono i miei quarant'anni, ho pensato subito: infatti ho
iniziato proprio 40 anni fa e a maggio ho deciso di porre fine
alla attività di "operatore scolastico" (20 da docente e 20 da
Preside) andando pensione.
Mi sono "smantellato" da solo, prima che lo facessero
altri.
Non c'è amarezza né rassegnazione in quello che dico: infatti da
settembre sono diventato un "pensionato dello Stato", ma
non mi considero affatto "in quiescenza".
Mi si perdonerà questo intervento sul filo dell'autobiografia,
che non è solo la mia ma di quanti in questi 40 anni non si sono
limitati a svolgere onestamente e diligentemente il lavoro nella
scuola, ma hanno "preteso" di cambiare, innovando, il
nostro sistema scolastico (e non solo), anche sull'onda di quel
movimento, che prendendo le mosse dal '68, portò alla grande
stagione delle riforme negli anni 70: una scuola di massa e di
qualità, una scuola "aperta" al futuro, "democratica"
nel senso vero della parola, che superasse le angustie crociane
gentiliane che ci portavamo dietro da decenni.
Quarant'anni da buttare? Non credo, anche se a partire dagli
anni '90 in tanti avevamo avvertito che occorreva una nuova "svolta"
a seguito dei cambiamenti epocali di fine secolo, che non
bastava battersi per le "pari opportunità" e che la spesa
per l'istruzione andasse razionalizzata. Il "Libro Bianco"
della Cresson insieme al rapporto Unesco "Nell'educazione un
tesoro" furono le nostre guide. Ora torniamo a discutere di
voto di condotta, di pagelle con i voti alle elementari e non si
intravede un disegno riformatore vero che ridia alla Scuola
un'anima, come si dice da più parti.
Un breve excursus storico
Gli anni 70, è bene ricordarlo, non furono solo gli "anni di
piombo", come spesso si vuole sottolineare, ma anche quelli
delle grandi conquiste civili, della riforma regionalista, della
riforma sanitaria e nella scuola la stagione dei Decreti
delegati e della 517/77, della integrazione degli alunni
disabili, del "tempo pieno" (quello vero, non il "servizio
sociale" a cui si è ridotto ultimamente).
La lezione di Don Milani, pur con tutte le contraddizioni ivi
presenti e le incomprensioni o le "infatuazioni"
successive (ma molti di noi avevano letto anche Gramsci con il
suo appello alla "serietà" dello studio, che è anche
fatica) aveva dato uno scossone alla Scuola e si stava
annunciando la riforma delle riforme, quella delle superior che
avrebbe dovuto chiudere il capitolo gentiliano. A distanza di 40
anni lo "scossone" ce lo sta portando la Gelmini.
Ricordo il Convegno di Frascati del '70 con i 10 punti per la
riforma delle superiori, le varie proposte di legge (la prima di
Raicich del 1973, chi se la ricorda?) , abortite a più riprese
in Parlamento, cosicché ci ritroviamo oggi a quasi 40 anni di
distanza ad avere ancora un Liceo "gentiliano",
frequentato ancora per la maggior parte dai figli della classe
dirigente, e a dover discutere sul destino della formazione
professionale da regionalizzare o meno. Noi, generazione degli
anni 70, non stavamo però fermi. Mentre nelle elementari e nelle
medie, soprattutto in queste ultime, ferveva il dibattito sulla
"programmazione" e sulla scheda di valutazione, mentre si
iniziava il processo di rivisitazione della scuola elementare
che avrebbe condotto, dopo anni di sperimentazione e di
formazione obbligatoria, alla L. 148, quella che è conosciuta
come la riforma dei "moduli", nelle superiori i docenti
più impegnati e motivati erano alla ricerca di un modello di
scuola superiore non più dualistico. Ricordo la rivista "Sensate
esperienze" delle scuole liceali sperimentali. Era la
stagione delle "sperimentazioni" ex art. 3 della 419/74,
a volte improvvisate, non sempre sostenute da adeguato
retroterra didattico-scientifico, ma in alcune punte di
eccellenza (Ivrea, Ferrara, Bologna e altre città) il lavoro di
svecchiamento della vecchia scuola gentiliana fu enorme e
importante.
Tra l'88 e il 94, mentre tramontava la prima repubblica, ci fu
l'entusiasmante stagione del "Brocca". Ma qualcosa diceva
che il vento stava cambiando. Al Convegno di Fiuggi del 94 sulla
sperimentazione "Brocca" i partecipanti avvertirono che
si stava chiudendo un ciclo.
Dopo la breve parentesi dell'"interregno" (D'Onofrio,
Lombardi) iniziò la stagione berlingueriana. Ci si illuse in una
nuova "ripartenza": la grande riforma dell'autonomia con
la Bassanini, la riforma dei cicli, i 40 saggi, gli Istituti
comprensivi, il Libro Bianco e .... tante illusioni! Forse non
sbagliavano gli studenti ad opporsi al disegno berlingueriano
sull'autonomia e ad occupare le scuole: la "modernizzazione"
promessa restò tale, una promessa appunto, come l'autonomia. Una
analisi seria di quegli anni non è stata ancora fatta: a partire
dalla "privatizzazione del pubblico impiego", con annessa
pansindacalizzazione della Scuola, alla scelta di abolire (si
disse semplificare, ma era una "ritirata") le schede di
valutazione, che chiudeva il grande dibattito sulla valutazione,
il tentativo, quello sì "rivoluzionario", di cambiare gli
ordinamenti complessivi (il famoso "settennio"),
tentativo osteggiato da tanti ma soprattutto sflilacciatosi nei
tempi per colpa anche dei Ministri Berlinguer e De Mauro, fino
ad abortire prima che iniziasse; e poi la grande rivolta al "concorsone"
(gestita ahimé all'unisono dall'ultrasinistra e dalla destra) e
la "conquista" della dirigenza scolastica, l'unica
eredità lasciataci da Berlinguer insieme alla "parità
scolastica". Sono questi ultimi due punti a rimanere saldi
in seguito. Fu vera gloria?
Il quinquennio morattiano si è consumato nella disputa
inconcludente sui "piani di studio personalizzati", il
tutor e il portfolio nel I ciclo e il "doppio canale"
nelle superiori, una lotta senza vinti né vincitori. Di Fioroni
non giova parlare.
E così all'inizio della nuova legislatura tutti i nodi veri
della Scuola italiana sono venuti al pettine.
Le analisi impietose di studiosi e ricercatori (basti citare i
quaderni documentati di TREELLE) in questi ultimi anni sulla
arretratezza della nostra Scuola rispetto alla scuola europea
sono stati bellamente ignorate, sui dati OCSE a partire dal 2001
pochi hanno riflettuto allora (salvo "stracciarsi le vesti"
oggi), le proposte riformatrici di un gruppo di "illuminati"
di entrambi gli schieramenti non scalfirono più di tanto, il
famoso "gruppo del buonsenso" quasi deriso, e mentre la
barca "imbarcava acqua" la sinistra politica e sindacale
continuava a ripetere gli stanchi lamenti sulle risorse che
calavano (mentre i posti aumentavano) e il programma dell'Ulivo
sulla scuola, che pure accennava all'urgenza di una svolta,
veniva accantonato.
Una ricostruzione incompleta e forse eccessivamente critica
della politica scolastica delle forze "progressiste", me
ne rendo conto; ma se se ci riflettiamo bene non si può non
convenire che una buona parte di responsabilità di questa svolta
all'indietro del nuovo governo ricade anche su una parte della
sinistra, in quanti hanno speculato sull'immobilismo e la difesa
corporativa degli operatori scolastici (i sindacati in primo
luogo), con la complicità o la inadeguatezza di chi non ha
saputo contrastare come si doveva la "deriva".
E così ora ci ritroviamo proiettati all'indietro di 40 anni.
La sfida che ci attende
Ce la faremo a ripartire? Sì, se non ci limiteremo ad erigere
barricate, se sapremo far tesoro degli errori passati, che non
sono colpa del '68 (su questo non ci piove) ma di chi non si è
accorto del mondo che cambiava e si è intestardito a difendere
l'indifendibile, convinto che la mission della scuola italiana
(quella che ci aveva animato negli anni 70) dovesse rimanere
inalterata, come se il concetto di "equità" non si
potesse sposare con il "merito", come se la quantità
(aumento delle ore, aumento dei diplomati, aumento degli
insegnanti) bastasse da sola a migliorare la scuola e non si è
preoccupata, se non a parole, della qualità.
Ha ragione la ex deputata Claudia Mancina che in un articolo
recente sul "Riformista" invita ad accettare la sfida
della destra: su alcuni punti avremmo dovuto essere noi "democratici-progressisti"
(si può usare ancora questa espressione senza essere rétrò?) a
farci paladini di una svolta che non c'è stata per l'opposizione
intransigente di una sinistra massimalista e per l'immobilismo
di un Sindacato teso a difendere la "categoria" e poco
attento agli interessi generali. Gli sprechi che ancora restano
specie in alcuni ambiti, la "deriva impiegatizia" dei
docenti, l'assenza di un disegno riformatore sul lato della
meritocrazia: questi sono i "peccati" non adeguatamente
combattuti. Ma soprattutto una nuova didattica, una formazione "seria"
dei docenti, e il superamento del vecchio "asse culturale",
come si chiamava una volta; in poche parole una Scuola a livello
europeo. Non si può non condividere il Berlinguer "ultima
maniera" (Corriere del 16 settembre) che invita a "entrare
nel merito" e il merito è la qualità
dell'insegnamento-apprendimento. E' questo che chiedono le
famiglie e l'opinione pubblica più avvertita. Basta leggere il
risultato di una indagine del "Gazzettino" su cosa
lamentano maggiormente i cittadini del Nord-est sulla scuola: al
primo posto (25%) è la inadeguata formazione degli insegnanti.
Si può discutere su tale risultato, ma è quanto è percepito,
seppure in una zona particolare dell'Italia.
Una considerazione finale sulla figura e il ruolo dei Dirigenti
scolastici. Colpisce l'affermazione della Aprea nella
presentazione del suo ddl attualmente in discussione al
Parlamento. Nella Scuola, si dice, è venuta a mancare la
leadership educativa, rappresentata un tempo da quelli che si
chiamavano Presidi o Direttori Didattici: non è una perdita da
poco, salvo che la Aprea si limita a costatare il fatto senza
proporre soluzioni. La soluzione della Mancina è invece "una
formazione aziendale dei D.S." (sic!)
Il sottoscritto ha trovato la "sua" soluzione: dimettersi
prima dell'inizio del nuovo "quarantennio". Non è una "fuga"
ma un modo per impegnarsi ancora di più nel rinnovamento della
Scuola da altre sponde contro il disegno restauratore. Ne vale
la pena!
Pasquale D'Avolio, già Preside di Liceo e di I.C.
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